di Lanaro Stefania e Marco Barisone

Per introdurre questo lavoro vorrei parlare di interazioni di corporeità e non di corpo fisico, di embodiement, corpo che parla di cultura, di storia, di vissuti e di relazioni, corpo teatro della storia della specie e dell’individuo.

Il corpo adolescente spesso parla con un linguaggio-altro, racconta della propria impossibilità di sentirsi soggetto della propria storia, ne parla attraverso le contratture, la rigidità dei muscoli e delle posture, e ne parla soprattutto attraverso la difficoltà di far diventare il movimento un gesto verso il mondo.

Il mondo dell’adolescente sempre più diventa quel luogo ristretto di disagio e di giudizio del proprio corpo, il luogo culto della propria disfatta, un corpo addobbato come il mondo vuole ma che non riesce a stare e non riesce ad essere.

Spesso l’approccio è quello del parlare di corpo, un corpo raccontato e parzialmente conosciuto, che è solo parte del corpo vero, frammentato, sede di quel vuoto che è radicato nella profondità dell’essere.

Lavorare il corpo è compito dell’adolescente, è accettare e cavalcare quei cambiamenti che fisiologicamente avvengono, ma lavorare il corpo è anche cercare di modificarne l’esteriorità per rendere la pelle più spessa e appetibile per coprire quel vuoto che rischia di invadere e annientare se non accolto e “lavorato”.

Lavorare con il corpo è cercare di lavorare dove quel vuoto ha avuto origine, quel vuoto, quel “buco nero” che ha avuto origine nel momento in cui le parole non sono riuscite o non hanno potuto riempirlo. È permettere all’essere che ha obbligato sé stesso a diventare oggetto di poter riuscire a ritornare soggetto del mondo.

L’approccio psicomotorio ha come terreno specifico di intervento il rapporto tra il corpo e i processi psichici nella costruzione dell’identità attraverso la via corporea, nonché il rapporto tra corpo ed espressività attraverso questo approccio è la persona non il suo malessere a essere accolto, il corpo che  entra nella stanza permette alla sua storia di entrare in gioco, viene accolto con il suo nome e non con la sua etichetta che spesso è solo uno dei modi per appartenere al mondo, le maschere per sopportare il vuoto e assomigliare ad altri, per non sentirsi soli.

Parlare con il corpo e comunicare con il corpo è quello che contraddistingue il lavoro dello psicomotricista, una stanza, un setting in cui le persone si raccontano senza parole ma in una “danza” fatta di spazi, di tempi, di contatti e di lontananze, senza categorie e senza diagnosi, raccontarsi con il corpo e stare con l’altro con il proprio corpo, dialogare, raccontarsi, muoversi e fermarsi.

Parlare con il corpo è possibile solo se io parlo al tuo corpo con il mio corpo, se il linguaggio, l’intellettualizzazione, la sublimazione, il pensare a come raccontare non rappresentano una difesa ma solo una maschera che io posso anche decidere di abbassare e giocare, non apparire ma essere, muovere e raccontarmi attraverso il gesto, lo sguardo, il tono nello spazio dell’accogliere, della messa in scena del mio vuoto, dove non devo ma posso.

Il linguaggio dell’altro smette di essere segno e sintomo, torna ad essere comunicazione in un luogo e in uno spazio. E’ una storia personale e intima non raccontata verbalmente ma espressa attraverso il corpo il tono, lo spazio e il tempo. Lo psicomotricista prepara e definisce lo spazio, e il tempo crea la situazione e la “modifica” giocando con il proprio mondo che va a incontrare il mondo dell’altro e gioca per lui, è il non giudizio, è l’incontro di persone che nel qui e ora mettono in scena un racconto per ritrovare quel “linguaggio” che sembrava perduto.

Al termine dell’incontro ognuno dei partecipanti ritorna possessore di linguaggio e di simboli, si rappresenta e racconta e scrive le sue emozioni, le sue paure e i suoi desideri, i primi passi verso il raccontare di sé.

Nel testo classico di medicina interna dell’imperatore Giallo di Huang Ti è scritto:” quando la forma si sposta non nasce una nuova forma, ma l’ombra; quando il suono si sposta non nasce un nuovo suono, ma l’eco; quando il non essere si muove è l’essere a nascere, non il non essere “.

Nel comunicare con l’altro il principale ostacolo è il narcisismo. Nella seduta di psicomotricità il movimento del non essere incontra il non essere dell’altro. Come detto, il proprio mondo va a incontrare il mondo dell’altro e, sul nascere, gioca per lui, tessendo una trama narrativa con il corpo.

E’ come riproporre in uno scenario terapeutico di gruppo il passaggio dall’investimento narcisistico all’investimento oggettuale, in cui il narcisismo da corporeo (l’Io corporeo) diventa psichico (l’Io psichico).

Tornando al tempo dell’adolescente, possiamo vedere come il dolore psichico nasca dall’intolleranza al cambiamento, tanto dell’Io quanto dell’oggetto: il cambiamento, infatti, va contro la permanenza e il perdurare eterno dell’organizzazione narcisistica unitaria (Green,1983) o primaria nello spazio e nel tempo.

One thought on ““In principio era l’azione””

  1. Leggo con particolare intresse quest’articolo cercando di focalizzare l’attenzione su alcuni concetti proposti: spazi, tempi, linguaggio,danza, segno, sintomo, simboli. Così facendo ritrovo proprio nel concetto di embodiment, o almeno così mi pare, la comprensione della realtà interpersonale che non é somma di singole (realtà), ma insieme (di realtà). Il concetto di realtà interpersonale visto alla luce delle esperienze corporee diviene così più complessa, ma allo stesso tempo più semplice nella sua comprensibilità.
    “L’altro” é il complesso esperienziale che si esprime ed é espresso tramite le proprie esperienze mentali e corporee laddove le prime sono vissute in base alla “capacità” dele seconde (embodiment).
    Interessante diviene quindi la chiave di lettura proposta dall’articolo: rileggere l’interazione del singolo con l’ambiente, svincolato dal filtro verbale così come svincolate da simbologismi possono essere le relazioni corporee tra i singoli.

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