La vigoressia è l’ossessione nei confronti del proprio corpo e dei muscoli: in essa vi è la convinzione che si è tanto maschi, quanti muscoli si possiedono

La vigoressia, ovvero l’ossessione nei confronti del proprio corpo e dei muscoli, porta la persona a trascorrere gran parte della propria giornata in palestra per costruire e accumulare i muscoli, avendo così l’idea di meglio definire la propria maschilità. In quest’ottica patologica, vi è l’implicita e ferma convinzione che si è tanto maschili, quanti muscoli si possiedono.

La storia e le società passate ci insegnano che due sono le polarità del genere umano: l’uomo e la donna. Questi possono essere analizzati prendendo in considerazione tre elementi: il sesso, ovvero gli attributi strettamente legati al corpo fisico e alla biologia della persona; l’identità, ovvero la percezione che la persona ha di sé e che lo porta a dire ‘io sono uomo’ oppure ‘io sono donna’, e il ruolo sociale attribuito alla persona, che viene percepita da altri con l’etichetta di ‘uomo’ o ‘donna’.

Due principali teorie sul genere lo concettualizzano in maniera differente. L’essenzialismo ci parla di maschilità o femminilità come biologicamente determinate: in sostanza, uomini e donne si nasce. In quest’ottica, il genere è un attributo oggettivo, naturale, universale e immutabile; esso si basa principalmente sulle differenze ormonali, di dimensioni, di organizzazione del cervello e capacità riproduttiva (Bagnasco, Barbagli, Cavalli, 2004). Il costruzionismo sociale supporterebbe invece l’idea che il genere umano sia indirizzato da alcune caratteristiche fisiche, psicologiche e comportamentali prototipiche che in sé sarebbero fittizie, non propriamente oggettive ma culturalmente prodotte. Dal punto di vista della ricerca scientifica, le differenze di genere non sarebbero quindi confermate; laddove trovino riscontro, questo non sarebbe significativo (Connel, 2011).

In effetti, al di là dei prototipi di genere più comuni, se si pensa alla grande variabilità delle caratteristiche maschili in sé o femminili in sé, c’è da riflettere su quanto il concetto di genere sia variegato sia dal punto di vista delle caratteristiche fisiche, che psicologiche e comportamentali. Per fare un esempio, si potrebbe pensare al prototipo di uomo alto, forte, robusto, indubbiamente più aggressivo e propenso a dominare rispetto alla donna, competitivo e con una spiccata propensione verso abilità come la logico-matematica e gli ambiti scientifici in generale. Tutte le caratteristiche elencate sono significatamente a discrezione dell’universo maschile o fanno ampiamente parte anche del mondo femminile? Ma soprattutto, che influenza ha la cultura nella definizione del concetto di maschilità/femminilità?

Secondo quest’ultima teoria, le differenze biologiche tra uomo e donna ci sono ma gli atteggiamenti variano culturalmente e si possono considerare di origine sociale, quindi uomini e donne si diventa (Bagnasco, Barbagli, Cavalli, 2004). In particolare, prendendo in considerazione il concetto di maschilità, essa verrebbe concettualizzata come costruzione attiva, che si produce attraverso interazioni sociali, per cui il comportamento umano lo si apprenderebbe, non sarebbe biologicamente determinato, né è già insito nella natura umana. L’uomo parteciperebbe alla vita sociale in quanto uomo, come soggetto dotato di un genere ben definito nei diversi contesti sociali, ambientali e storici. Maschilità come prodotto sociale attivo.

L’uomo o la donna verrebbero quindi definiti tali in base a cosa fanno, piuttosto che a chi sono, secondo un decalogo di regole, una serie di comportamenti riconosciuti come maschili (Boni, 2004). Questo interessante punto di vista si distacca nettamente dal concetto tradizione di maschilità come concetto patriarcale ed egemone, dell’uomo amante del famoso connubio donne-motori, virile e dominante rispetto alla femminilità in molti campi: familiare, lavorativo, sessuale, politico, religioso, etc,. In effetti, dando un ampio sguardo sul mondo odierno e sulla nostra società, sorgerebbe l’esigenza di approfondire il concetto di maschilità, in quanto esso si è nettamente trasformato in pochi decenni. Sentendo parlare di uomini-casalinghi, transgender, prodotti e pratiche per la bellezza maschile, lotte per la rivendicazione dei diritti omosessuali e mode maschili inusuali e molto fashion, viene da chiedersi: ma il maschio oggi chi è? Come si comporta, come si veste, a cosa si interessa e come appare?

Dal punto di vista sociologico, dagli anni Ottanta è emersa la figura del new man, ovvero l’uomo che si è saputo trasformare o farsi trasformare in qualcosa di maggiormente femminizzato, senza che ciò implichi necessariamente omosessuale. E’ colui che mostra una maggiore sensibilità e interessamento all’amore, più che al sesso, senza vergognarsene, colui che cura il proprio aspetto fisico, che si prende cura della famiglia anche da altri punti di vista oltre che a quello finanziario. Il new man ha saputo risvegliare il proprio lato emotivo, è anti-sessista, crede nella parità di genere e permette alla donna di ‘portare i pantaloni’ al posto suo. Egli segue mode create appositamente per lui, nonché pratiche di bellezza che fino a qualche tempo prima appartenevano esclusivamente all’universo femminile, come la depilazione, l’uso di prodotti antirughe, la chirurgia estetica, etc. I mass media sembrerebbero giocare un ruolo fondamentale nella costruzione di questo tipo di maschilità: essi plasmano il concetto odierno di maschio, se non altro lo promuovono, lasciando ampio spazio a prodotti dedicati al maschio come diete dimagranti, creme ringiovanenti, e profumi sponsorizzati da modelli molto magri, che appaiono sessualmente ambigui e più consoni a esprimere un aspetto candido più che il tradizionale concetto di virilità. Questa è una sfaccettatura della maschilità, che per certi punti di vista appare quindi in crisi rispetto a ciò che si poteva pensare in una società patriarcale.

In contrapposizione al new man, rimane però l’ uomo tradizionale, che la sociologia chiama new lad, di cui si potrebbe dare un quadro prototipico come di colui che porta avanti valori sessisti, ama difendere il proprio lato virile, apparire coraggioso, tutto d’un pezzo, aggressivo e talvolta brutale, indipendente e mascalzone. E’ colui che osa sempre e non chiede mai, il classico macho. Egli tratta la figura femminile subordinandola, relegandola talvolta a oggetto di desiderio sessuale, spesso abbinata al mondo dei motori.

Sia il primo che il secondo modello di maschilità si possono considerare mediati, ovvero promossi dai mass media stessi, che nel rappresentarli, ne darebbero uno svelamento al solo scopo commerciale attraverso internet, cartelloni e spot pubblicitari, radio, televisione, cinema, stampa periodica e quotidiana. Un interessante esempio di questa mediazione del concetto di maschilità viene teorizzato dal sociologo Federico Boni in ‘Men’s help’, un libro che prende in considerazione i periodici dedicati al mondo maschile che dagli anni Novanta iniziano ad essere pubblicati in Inghilterra, dove raggiungono un successo strepitoso, venendo successivamente divulgati anche in altri paesi (2004). Si parla di ‘Arena’, ‘GQ’, ‘The face’, periodici dedicati proprio al new man e al suo interessamento allo stile e moda, alla cura di sé, del corpo e del proprio tempo, nonché alla casa, famiglia, cucina e giardinaggio.

Successivamente, in risposta a questi, vengono pensati e divulgati periodici maschili più inclini invece agli interessi del new lad come ‘Loaded’, ‘Maxim’ e le edizioni rivisitate di ‘Arena’ e ‘GQ’, che decidendo di cambiare rotta, si dedicano maggiormente al new ladderism. La costruzione identitaria del maschio, che abbiamo visto essere mediata soprattutto dai mezzi di comunicazione, si manifesterebbe soprattutto attraverso un oggetto tangibile, esplicito, che non si può nascondere né negare, proprio di ogni essere vivente e veicolo di espressione del sé identitario: il corpo.

Connel afferma che nel senso comune si ritiene che vi sia una maschilità vera, che sottosta alle teorie e tendenze dell’uomo, una maschilità fissa, strettamente legata alla naturalità e si incarna nel corpo maschile (1995). Ruspini aggiunge inoltre che il corpo è fluido e in scena nella società attuale, affermando che ‘la società in cui oggi viviamo offre ai singoli individui molteplici e inedite opportunità di dialogo con il proprio corpo, sempre più risorsa fluida, in divenire, che non può essere data per scontata. Il tema dei corpi “liquidi” è oggi di grande attualità’ (2009).

Il corpo esprimerebbe quindi la maschilità attraverso il comportamento, il suo apparire, la sua forma e le modalità con cui esso si muove. Molte pratiche sarebbero mezzo d’espressione del corpo, basti pensare a tatuaggi, piercing, chirurgia estetica, depilazione, abbronzatura artificiale, diete, palestra e assunzione di sostanze anabolizzanti, per non parlare di tagli, scarnificazioni, abrasioni, bruciature e graffi, gesti autolesionistici che trovano nell’atto l’espressione di un dolore interno, che diviene subito dolore fisico, nonché rituale (Stagi, 2008). Ma il corpo non è solo oggetto da segnare o agghindare a festa, esso presuppone un’esperienza corporea, una dimensione che va al di là della pura fisicità. Infatti, dal punto di vista clinico osserviamo come il corpo divenga veicolo di manifestazione del proprio dolore ad esempio nei pazienti con disturbo del comportamento alimentare, in cui il corpo pretende di poter somigliare all’anima, che tende a un ideale ben preciso: di perfezione e annullamento di ogni marchio femminile (nelle anoressiche), del volersi nascondere (paradossalmente, nei pazienti obesi), della bellezza, discontrollando (nelle pazienti bulimiche), della purezza (nei pazienti ortoressici) e della costruzione della propria virilità e maschilità (nel pazienti vigoressici). Il mezzo principale di questa ricerca del proprio ideale è il cibo ma nel caso del paziente vigoressico, che ora approfondiremo, lo sono anche la pratica sportiva nelle palestre e l’uso di sostanze anabolizzanti.

Sul ‘Corriere della sera’ datato venerdì 28 gennaio 2005, Rosella Redaelli e Marco Mologni pubblicano un articolo intitolato: ‘Tanta palestra e poco cibo: allarme sindrome di Adone – Duemila ragazzi lombardi colpiti da anoressia. Fenomeno in crescita’.

L’articolo parla di un fenomeno in crescita, ragazzi anoressici che trascorrono la maggior parte del proprio tempo in palestra e durante i pasti seguono una dieta povera e ripetitiva. Essi hanno lo scopo di bruciare i grassi e avere un corpo scolpito. L’articolo espone inoltre qualche statistica e spiega le peculiarità dell’anoressia maschile. In allegato, si trova inoltre la sezione testimonianza, che riporta la voce del campione ginnasta Igor Cassina, che incita i ragazzi ad amare lo sport e viverlo senza trasformarlo in un’ossessione o in un idolo, punendosi poi nel momento in cui non si raggiungono i risultati attesi. Sotto la storia viene invece riportato il decorso della malattia di Davide, un ragazzo di Monza che racconta la propria anoressia nervosa.

In realtà, nel 2005 era già edito da qualche anno il testo ‘The adonis complex‘ di Pope, Philips e Olivardia che negli Stati Uniti avevano già parlato di vigoressia, un disturbo differente dall’anoressia maschile nervosa, anche se rientrano entrambi nei disturbi dell’alimentazione, abbinati al dismorfismo corporeo.

La vigoressia o sindrome di Adone o bigoressia (dall’aggettivo inglese big), alternativamente chiamata anoressia al contrario, porta la persona, solitamente maschio, a percepirsi troppo magro e smilzo anche laddove la persona sia muscolosa e allenata, ed è abbinata a un forte desiderio di ingigantire il proprio corpo, fino a raggiungere il modello di Adone, di fatto inesistente nella realtà (Dalla Ragione, Scopetta, 2009). L’ossessione nei confronti del proprio corpo e dei muscoli porta la persona a trascorrere gran parte della propria giornata in palestra, senza badare troppo a giorni di riposo, giorni di festa e vacanze, per costruire e accumulare i propri muscoli, avendo così l’idea di meglio definire la propria maschilità. In quest’ottica patologica, vi è l’implicita e ferma convinzione che si è tanto maschili, quanti muscoli si possiedono.

La dieta alimentare del vigoressico è compromessa dall’intento di perfezionare il proprio corpo, è dunque limitata ed ossessiva, danneggiata talvolta da uno strappo alla regola, considerato un’ eccezione e accompagnato da un gran senso di colpa, che la persona combatterà facendo ore e ore di esercizio fisico.

Ma, nonostante il bigoressico rincorra una dieta e uno stile di vita estremamente salutistici, egli spesso giustifica l’assunzione di ormoni androgeni, sostanze anabolizzanti e sostanze ergogeniche illecite, che accompagnano gli estenuanti allenamenti a cui si sottopongono e che lo aiutano a raggiungere una forma fisica altrimenti impossibile per il corpo umano.

Coloro che soffrono della sindrome di Adone non sono mai soddisfatti della propria figura corporea in quanto essi non la percepiscono normalmente, si parla infatti di dismorfismo corporeo perché, visti da fuori, i vigoressici presentano in tutto e per tutto il prototipo dell’uomo muscoloso. Eppure, come ricorda Stagi, la persona che è immersa nelle pratiche vigoressiche da lungo tempo si vergogna a mostrare il proprio corpo in spiaggia o comunque tende a nascondere le proprie forme fisiche, perché considerate non abbastanza muscolose secondo il suo canone di bellezza maschile (2008). Alcune situazioni come spiaggia o vita sessuale costituiscono per il vigoressico una fonte di ansia e disagi, pur essendo situazioni sociali largamente diffuse e in generale poco compromettenti per la persona.

Secondo Pope e i suoi collaboratori, la costruzione del proprio corpo, muscolo dopo muscolo, si pone in fretta assonanza con la costruzione identitaria maschile del bigoressico, il quale fa del suo corpo un progetto di vita che lo distoglie dalle problematiche reali e dalle relazioni sociali che fanno parte della sua vita. Legata a questa caratteristica, vi è anche un’autostima generalmente medio-bassa, che incrementa o diminuisce a seconda che il corpo venga percepito bello, muscoloso e prestante oppure brutto, magro, flaccido. Vi sono inoltre delle complicanze mediche a cui il vigoressico può andare incontro: Il sovrallenamento può portare a problemi nell’apparato cardiovascolare e muscolare, nonché problemi psicologici; l’abuso delle sostanze precedentemente citate può portare a danni endocrinologici anche gravi. Inoltre, come ogni disturbo di entità ossessiva, la vigoressia può portare la persona a manifestare comportamenti compulsivi, a vivere periodi di depressione anche gravi, che possono implicare il suicidio (Dalla Ragione, Scopetta, 2009).

Per concludere, le autrici appena citate ammettono che, essendo questo una patologia studiata da poco, gli strumenti per misurarla sono ancora nuovi, ma vengono riportate alcune importanti aree da indagare, utilissime per individuare una predisposizione vigoressica e un dismorfismo corporeo. A tal proposito, sarebbe importante approfondire:

  • L’evitamento sociale, ovvero con quanta frequenza la persona eviti le attività sociali, scolastiche o lavorative a causa della preoccupazione per l’aspetto esteriore;
  • Il tempo, ovvero quante ore al giorno la persona impiega per prepararsi atleticamente con l’intento di migliorare il proprio aspetto fisico;
  • La dieta e altre pratiche, ovvero se la persona segua una dieta precisa e la abbini a integratori alimentari allo scopo di migliorare l’aspetto fisico oppure quanto la persona spenda al mese per acquistare i cibi giusti, altre sostanze, i vestiti o l’attrezzatura sportiva.
  • Bibliografia
    • Bagnasco, A.; Barbagli , M.; Cavalli, A., Elementi di sociologia, Il Mulino Editore, Bologna, 2004
    • Boni, F., Men’s help. Sociologia dei periodici maschili, Meltemi Editore, Roma, 2004
    • Connel, R.W., Questioni di genere, Il Mulino Editore, Bologna, 2011
    • Connel, R.W., La crisi della maschilità. Identità e trasformazioni del maschio occidentale, Feltrinelli Editore, Milano, 1995
    • Dalla Ragione, L.; Scopetta, M., Giganti d’argilla. I disturbi alimentari maschili, Il pensiero scientifico Editore, Roma, 2009
    • Pope, H.; Philips, M.D.; Olivardia, D., The adonis complex: how to identify, treat and prevent body obsession in men and boys. Free Pr., 2002
    • Redaelli, R.; Mologni, M. “Tanta palestra e poco cibo. Allarme sindrome di Adone. Duemila ragazzi lombardi colpiti da anoressia maschile” in Corriere della sera, 28 gennaio 2005
    • Ruspini, E., Uomini e corpi. Una riflessione sui rivestimenti della mascolinità, FrancoAngeli Editore, Milano, 2009
    • Stagi, L. Anticorpi. Dieta, fitness e altre prigioni, FrancoAngeli Editore, Milano, 2008

per saperne di più http://www.stateofmind.it/2015/11/vigoressia-corpo-maschilita/