Pochi ruoli sono cambiati così radicalmente nella nostra cultura come è accaduto al ruolo del padre negli ultimi decenni. Dopo la grande crisi dell’autorità avutasi nel dopoguerra, è dovuto nascere un nuovo padre.
Buona parte delle crisi adolescenziali hanno lo scopo strategico, non del tutto
consapevole,di riattivare funzioni paterne nel proprio eco-sistema di crescita: la prima
cosa, durante la crisi, è ritrovare il padre. Gli adolescenti cercano di attirare l’attenzione del padre e non accettano permute: esigono che il padre eserciti la sua funzione.

La crisi è finalizzata a restaurare l’importanza del padre, e quando l’adolescenza si protrae, è necessaria più la presenza paterna che materna.
L’adolescente infatti, prima di potersi separare dal padre, ha bisogno di essere in dialogo con lui e di riuscire ad avere la rassicurazione che non è del tutto deluso, che c’è ancora qualche possibilità di sentirsi capito e ricevere stima ed apprezzamento da lui.
Non c’è ferita peggiore della mancanza di stima, del mancato apprezzamento. Non c’è
peggior fardello nella vita che portarsi nella mente e nella memoria il ricordo di un padre deluso, cinico, disfattista, un padre ormai irreperibile, che si è troppo allontanato per effetto degli equivoci che si possono creare tra padre e figli.E’ indispensabile che il padre di un adolescente in crisi sia protagonista di un’alleanza, per tentare di riavviare la ripresa evolutiva del proprio figlio.

Nel frattempo è necessario che si sintonizzi con una specie di apparato segreto:quel suo luogo interiore dove si sedimentano aspettative, passioni, illusioni, incubi, speranze, ma soprattutto rappresentazioni. E’ importante ricostruire la cultura affettiva di quel padre, i miti e le leggende personali.
Se si riesce ad arrivare a questa competenza, ci si può mettere davvero al servizio dei
propri figli.
Esiste nella mente un ruolo affettivo del figlio, che ha una sua relativa autonomia ed è
molto personale. Per questo è utile intervistare separatamente la madre e il padre.
Mettendosi in ascolto devoto, per cogliere come e quando è nato quel padre, lo si
coinvolge con queste parole: “c’è di là suo figlio, che non sta affatto bene: lei entrerà
come protagonista della sua crescita e della sua cura. Per fare ciò, deve riuscire a
parlarmi come padre, attingendo dentro di sé allo spazio mentale riservato a lui.”

Nella realtà relazionale, quando il figlio adolescente sta male, il dolore del padre (più o
meno camuffato), lo spinge verso un notevole sforzo di autenticità. Il solo sospetto di
essere all’origine delle disgrazie del proprio figlio, l’idea di non poter essere una risorsa
per la soluzione dei suoi problemi, lo stimola ad uno straordinario sforzo di comprensione.
Spera che essere vero, autentico, capace di spremersi le meningi per capire cosa è
successo fra lui, il figlio e la madre, possa servire a capire le radici magari remote
dell’angoscia attuale del figlio o del suo fallimento.Con l’adolescente in crisi, assistiamo
infatti ad una accanita ricerca riparativa, nella speranza di risolvere il problema, causato
forse dalle proprie frustrazioni, o latitanze o magari invece da una presenza esagerata,
che può aver messo il figlio sotto la pressione di aspettative inesauribili.

Prima della grande crisi dell’autorità che si è avuta nel dopoguerra, al padre era
socialmente prescritta la mansione di trasmettitore delle regole e dei valori. Da molti secoli il suo ruolo era inequivocabile: rappresentare società, famiglia, chiesa, stato e lavoro.Il giovane padre aveva ben chiare le sue mansioni di trasmettitore etico delle norme.
Da quando è entrato in crisi il ruolo dell’autorità,si è creato un grande silenzio simbolico,
sociale e culturale attorno alla funzione del padre. E’ successo che ogni uomo è solo:
anche se si pone in ascolto di quello che la società e la sua famiglia si aspettano da lui,
trova un muro di silenzio.
Il padre non ha più un mandato dalla società e deve trovare nuovi sensi dentro di sé. Ma
se il padre non rappresenta più lo Stato, non rappresenta neanche più il potere: occorre
allora stabilire un nuovo contratto educativo.

All’interno della coppia parentale ogni padre deve fare con la madre una contrattazione riguardo al suo ruolo.
Negli ultimi decenni i padri hanno dovuto riformulare quale possa essere la loro
funzione:nella coppia erotica e generativa, si imposta uovo galateo di coppia, una
ridistribuzione di poteri, funzioni, compiti.
Gli adolescenti maschi non hanno nella mente il pensiero della paternità. Dopo la pubertà nessun maschio pensa al significato di essere entrato in possesso della capacità generativa: non c’è pensiero, né sogno, né incubo, né conflitto. Non pensano alla paternità come ad una tessera nella costruzione del loro lavoro, del loro progetto futuro, della loro identità maschile. Per quanto riguarda l’istinto paterno, le centrali simboliche restano spente a lungo: la società è silente, i genitori non se ne occupano.

A differenza delle coetanee, che si preoccupano di come collocare la propria capacità
generativa: le ragazze infatti ci pensano. La ragazza pensa alla maternità, il ragazzo no.
Ma allora, quando emerge nella mente del giovane uomo il futuro bambino?
La maggior parte dei padri che abbiamo intervistato, ha risposto che ad un certo punto
della loro vita si sono sentiti coinvolti affettivamente e sessualmenteda una donna che li ricambiava dello stesso amore e che desiderava un bambino. Nel vivere una relazione
d’amore, la loro mente viene fecondata simbolicamente dal desiderio di maternità della
loro donna.

L’uomo di oggi si sente scelto e amato anche in funzione di una progettualità
generativa: trascinato dal sogno femminile di maternità, si scopre potenziale padre di un figlio della coppia.Soloallora sente la necessità di costruire un progetto, il desiderio di avere un cucciolo, il bisogno di dare un senso alla propria vita.L’arrivo di un figlio trasforma la coppia in famiglia: il bambino è il fondatore della famiglia.

Il padre di oggi non nasce nel luogo del potere e dell’etica, ma nel luogo della massima
espressione degli affetti, sulla spinta di un amore e di una passione tali, che ha difficoltà a pensare che possano concludersi.
Gli uomini concordano con questa rappresentazione: nella realtà culturale attuale la
paternità emerge sull’onda di un imprinting femminile, nel luogo del simbolismo materno, nel registrodella massima competenza affettiva.Ma poi il sentimentogenuino di paternità si concretizza nell’incontro con il neonato, sullo stimolo prepotente del tatto, dell’olfatto, del contatto.

La grande metamorfosi del maschio si realizza a seguito di una fortissima
pressione affettiva, virando verso una dedizione di sapore assolutamente femminile.Il
contatto accende nel padre il calore, la propensione all’identificazione, e interrogativi su
chi è e chi sarà suo figlio. Solo allora si pone dei quesiti sulle proprie attitudini a
trasmettergli pensieri e capacità di azione. Il ruolo del padre nasce nell’innamoramento,
sulla spinta del bisogno di tutelare il bambino e la sua mamma
Nella ridistribuzione dei ruoli tra genitori, vi è inoltre un precocissimo coinvolgimento del padre nelle pratiche accuditive:il padre che accudisce il neonato deve cercare di capire i suoi bisogni, e questodetermina uno sforzo empatico di cui non si erano preoccupati i padri del passato.Il neonato fa virare il narcisismo maschile verso forme di narcisismo materno.Nell’uomo avviene allora una mutazione antropologica: il padre non è più solo il maschio, perché il bambino richiede una devozione tutta femminile.

Questo padre ha una rappresentazione del figlio molto diversa da quella che avevano i
nostri nonni: non riesce a vederlo come un selvaggio da civilizzare e nemmeno come una lavagna su cui scrivere il proprio progetto. I figli non sono più visti come “figli del padre”, ma come realizzatori di un proprio intrinseco talento. Viene meno il presupposto educativo, e anche la socializzazione non è più effetto di una educazione, ma è pensata come fioritura spontanea di doti.

Bisogna lasciare che il figlio cresca felice, autonomo, che sappia leggere dentro di sé: un piccolo capolavoro di narcisismo! Il padre che nasce nel luogo dell’innamoramento del suo cucciolo, non è più un padre etico, ma è un padre accuditivo: non pensa più di avere un dovere nei confronti dello stato, della società, della famiglia, ma pensa che deve offrire al figlio un aiuto solidale. Pensa soprattutto che, se vuole che il figlio sia sereno, laborioso e felice, deve permettergli di essere sé stesso. Non pensa più a trasmettergli regole, ma pensa piuttosto che l’ideale sarebbe che crescesse secondo le linee che gli ha dato madre natura e che possono tutt’al più essere irrobustite attraverso le competenze e le risorse che lui gli metterà a disposizione.Il padre aiuterà i figli ad essere sé stessi, e non più a riprodurre un’immagine di sé, se pure con la propria autonomia.

In questa nuova logica, il bambino è visto e trattato come un essere affettivo già molto
maturo, capace di relazione, dotato di competenze e qualità che vanno solo aiutate a
svilupparsi, contenitore di risorse e vocazioni da realizzare. Il bambino è considerato un
essere già molto competente, che orienta i genitori a diventare madre e padre. Questi
devono dunque aiutare il figlio a sviluppare le proprie doti, che nessuno sa prevedere e
che lui dovrà mostrare al più presto.

Ma se strada facendo succede che il figlio abbia delle incertezze e si senta confuso, allora il padre può subire una deriva molto pericolosa: essendo deluso, abdica al suo ruolo e delegatutto alla madre, ritenendo di avere ormai poco da fare.Spesso utilizza anche terminologie denigratorie, perché esprime il proprio dolore.Invece il figlio in crisi, spesso comunica al padre le proprie dimissioni da figlio prodigio: lui non vuole essere al di sopra o al di sotto degli altri ragazzi, ma come loro ed uno di loro. E il padre deve abbassare il livello delle sue aspettative.

Il padre accuditivo non riuscirà a sentirsi in colpa quanto la madre, ma corre il rischio che la delusione lo assordi nei confronti di ciò che il figlio gli sta dicendo: il figlio infatti sta cercando di restaurare la relazione ad ampio tasso narcisistico che c’era prima della crisi.
Quando il figlio lascia aperto un canale di ascolto della relazione, cerca di capire chi è
veramente suo padre, che uomo è, quali sono i suoi pensieri e sentimenti, qual è in fondo la sua storia e ma soprattutto perché ad un certo punto ha avvertito la necessità di voler dare vita proprio a lui.

E’ assolutamente necessario allora che il padre mostri al figlio chi è veramente, cosa pensa e cosa fa davvero nella vita, come si mette in relazione con la donna che ama, qual è la relazione che gli offre come padre, come tratta il denaro, il codice stradale, le leggi.Si è parlato del padre del rispecchiamento, cioè di colui che esprime la propria stima ed accettazione incondizionata per l’intima essenza del figlio, del suo sé più profondo ed autentico, al di là dei suoi travestimenti e provocazioni.

Il padre rispecchia il patto originario: una verità affettiva di cui lui è custode e cerca di tutelarla, ricordando al figlio non lo splendore della sua infanzia, ma l’aspetto sobrio, modesto, realistico, animato da intesa, vicinanza e anche da insegnamenti. E la crisi attuale non è una crisi etica, e una crisi della figura paterna.
Il padre teme che il figlio non abbia un’etica della responsabilità nei confronti della propria creatività, autonomia ed intelligenza. Vorrebbe che il figlio accettasse un sacrificio pensandolo come un investimento per potere un domani essere in grado di amare e lasciarsi amare molto meglio di quanto riesca a fare adesso.Ovviamente il padre è anche quello delle regole: regole discusse, condivise ed elaborate. Il padre di oggi è meno incline a somministrare castighi, che tende a delegare alla madre; le madri sono autrici di castighi privativi, ma il castigo dovrebbe essere finalizzato a stimolare la crescita e non la repressione. Le madri di oggi devono invece rivendicare con forza un passaggio delle consegne educative.

  http://www.liceovolta.it/nuovo/images/stories/Charmet%20%20La%20funzione%20del%20padre.pdf