Charmet: «Viviamo in un casting continuo. E i ragazzi si sentono inadeguati»

C’è il compagno di banco a cui sono cresciuti dei piedi enormi, l’amica che tiene a fatica i ricci stretti dentro l’elastico. Le litigate coi genitori per un piercing al naso. E il (tanto) gel sui capelli degli amici che sfida la forza di gravità.

L’adolescenza è un po’ così per tutti, piena di tormenti ed entusiasmi, ma soprattutto di lunghe lotte davanti allo specchio per gestire e “addobbare” un corpo improvvisamente nuovo. E che si tratti di leggins o gonnelloni a pieghe, jeans di marca o berretti, il rapporto contrastato col proprio corpo è una costante che attraversa i ragazzini di tutte le generazioni. Eppure oggi, in una società dove corporeità e bellezza sono esaltate allo sfinimento, finisce che la paura più grande diventi quella di non sentirsi abbastanza belli. Ne è convinto lo psicologo Gustavo Pietropolli Charmet che sul fenomeno ha appena scritto un libro«La paura di essere brutti. Gli adolescenti e il corpo».

Nel suo studio milanese, accoglie da sempre ragazzi adolescenti. E temi come anoressia, bulimia e il fenomeno degli hikikomori, i giovani che vivono autoescludendosi dalla società e dalle relazioni affettive, sono cose con cui si confronta quotidianamente. Studiandoli Charmet si è accorto che l’adolescenza di ciascuno di noi, anche di chi da ragazzino ha avuto madre natura dalla sua parte e non si è mai sdraiato sul lettino dello psicologo, è attraversata da una paura costante: la paura di essere brutti. E di pensare di esserlo talmente tanto da non poter costruire relazioni sociali. «Un tempo i ragazzi che venivano da me vivevano la relazione col corpo all’insegna del senso di colpa. Di fronte alla maturità sessuale del proprio corpo e alle prime esperienze di orgasmo, questo era il sentimento dominante» spiega il professore.

Ora invece, in una società che chiede di essere «sempre pronti a sfilare in passerella» i ragazzi reagiscono in modo diverso. «L’adolescenza è l’età in cui il corpo esplode» commenta il professore. E quando arriva il momento di confrontarsi con le sue trasformazioni, anche i «più competenti e fortunati», scrive Charmet nel suo libro, «non hanno scampo»: bisogna decidere «cosmesi, trucco, abbigliamento, pettinatura, mimica e gestione del linguaggio del corpo, dal modo di camminare alla cura dell’acne, dall’uso sociale del rossore alla scelta del neolinguaggio verbale». E ci si rende conto «della complessità del compito». In testa una sola convinzione: «“devo essere bello per poter intessere rapporti sociali di successo”, pensano».

«La bellezza è un tema che attraversa trasversalmente tutte le fasce d’età. Siamo sempre in lotta col nostro corpo perché sia all’altezza del casting continuo a cui ci viene chiesto di partecipare», argomenta Charmet. «E ne facciamo una battaglia contro la vecchiaia, in una tendenza ad adolescentizzare la vita, con indumenti, stili di vita, comportamenti amorosi tipici di quell’età» continua.

Ma se una donna di 40 anni gestisce la corporeità con miti diversi da quelli dell’adolescente, ed è «più sobria nella disperazione», l’idea che per avere pieno diritto a godere della vita bisogna necessariamente essere belli fa male soprattutto ai più giovani, che con il corpo hanno un rapporto strettissimo e tendono «a farlo coincidere con l’intero sé». Nasce così la paura di essere inadeguati e la convinzione che la bruttezza – spesso solo percepita più che reale – porti al fallimento, all’invisibilità sociale. Fino a sfociare in patologie come l’anoressia o la bulimia. Da leggere, secondo Charmet, più come tentativi di ribellione a un modello di bellezza dominante che desiderio di assecondarlo.

«Chiunque conosca bene le ragazze magre o quelle che mangiano troppo aspirando a non mangiare nulla – scrive lo psicologo – non può confermare l’ipotesi che lo facciano per seguire in modo demenziale i modelli di bellezza proposti dalla società del narcisismo, della pubblicità e della sottocultura servile e consumista» spiega. «Al contrario, lo fanno perché si rifiutano di seguire il modello adottato dalle coetanee inconsapevoli, che si vendono all’incarnazione della giovinezza splendente di bellezza e seduttività senza rendersi conto che così facendo si alienano e si consegnano al volere della natura da un lato e della cultura dominante dall’altro».

E la paura di essere brutti, sarebbe anche alla base di un altro fenomeno adolescenziale, relativamente nuovo, che coinvolge soprattutto i ragazzi. Quello degli hikikomori, giovani che si rinchiudono in camera, lasciano la scuola e comunicano solo attraverso il computer. Un fenomeno nato in Giappone e che si diffonde sempre più anche in Italia. «Questi non si lamentano apertamente di sentirsi e vedersi brutti» scrive Charmet «lo si desume dal loro eremitaggio, incomprensibile se non alla luce del bisogno di non farsi vedere mai più, di sottrarsi allo sguardo, soprattutto quello dei coetanei, barricandosi in casa e affrontandoli solo nella realtà virtuale, ove si gioca e si comunica senza corpo».

E se in adolescenza la necessità di esibire il proprio corpo e di ottenere approvazione è massima, finisce che «la vergognosissima immagine della propria corporeità rozza, infantile, ingovernabile e sgraziata produce un dolore profondo» che si placa solo chiudendosi in camera, sottraendo il corpo allo sguardo dei coetanei e vivendo solo relazioni virtuali.

Dietro questi disagi, Charmet vede da sempre il peso di pressioni eccessive da parte dei genitori. In quell’ «accanirsi nella rincorsa verso il “diventare grandi”, socializzare con successo, farsi vedere autonomi» raccontato dagli adolescenti come una caratteristica della loro infanzia, si svela l’origine della loro debolezza. È quella che lo psicologo chiama «fragilità narcisistica. Fragilità perché gli ideali narcisistici di successo e visibilità possono innescare esperienze dolorose di mortificazione e di umiliazione» fino a portare alcuni ragazzi «a rinunciare alle sfide e ai confronti inevitabili per imparare a crescere e soddisfare le proprie interne esigenze evolutive».

per saperne di più: http://www.linkiesta.it/it/article/2013/04/02/essere-brutti-la-vera-paura-degli-adolescenti/12688/