Il rapporto tra solitudine e adolescenza non è sempre negativo: l’adolescente che vuole stare solo mostra buon adattamento ed elevato benessere personale

Un uomo deve mantenere un piccolo recesso dove può essere se stesso senza riserve. Solo nella solitudine egli può conoscere la vera libertà. (Michel de Montaigne)

 

Solitudine e adolescenza: il semplice trascorrere molto tempo insieme ad altre persone fa stare bene i ragazzi e, nel contempo, il passare del tempo da soli aiuta il ragazzo a gestire più adattivamente i propri contrasti interpersonali.

La solitudine non si presenta affatto come un concetto unitario. Già analizzando i termini esistenti nella lingua inglese, ad esempio, si nota come vengano utilizzati tre vocaboli per definire le sfumature del termine solitudine. Aloneness è usato per definire lo stare da soli, Solitude, similmente, indica lo stato oggettivo di essere soli lontano da tutte le altre persone, Loneliness, invece, ha un’accezione soggettiva e peggiorativa, che indica il sentimento personale di sentirsi soli, nonché la percezione di uno stato di abbandono (Zingarelli, 2016).

Solitudine e adolescenza: l’importanza del tempo per se stessi

Sebbene esistano dei vissuti indubbiamente negativi legati ai momenti in cui le persone stanno da sole, le ricerche documentano anche gli aspetti funzionalmente positivi, dimostrando che, alla solitudine vissuta negativamente, si differenzia il naturale bisogno di trascorrere del tempo con se stessi.

Winnicott (1968), ad esempio, sostiene che usare il tempo di solitudine in modo proficuo rappresenta indubbiamente uno dei traguardi dello sviluppo individuale. A tale proposito, è stato studiato come questo comportamento aumenti di frequenza e di importanza nel periodo adolescenziale, e come la capacità di utilizzare il tempo per se stessi in maniera costruttiva sia un’abilità che si stabilisce proprio in questa fase. L’adolescenza è il momento della vita in cui si trascorre maggior tempo da soli, la solitudine è “fisiologica” in particolare in questo periodo della vita. Lo sviluppo delle funzioni cognitive, psicologiche e sociali permette di usare il tempo trascorso in solitudine costruttivamente (Johnson, Lavoie, & Mahoney, 2001).

E’ stato evidenziato un ruolo significativo della solitudine nel delicato processo di separazione-individuazione dalle figure genitoriali, in quanto, essa crea quello spazio fisico e mentale nel quale l’individuo che cresce può ritagliarsi un’autonomia di pensiero e di azione propria. È stato dimostrato che, durante questi momenti di intimità, l’adolescente riflette, rielabora le proprie emozioni, si rilassa e si rinnova (Corsano, 2003).

Lo stare da soli è perciò un bisogno fondamentale per la crescita della persona, al pari del bisogno di attaccamento.

Suefeld scrive: La solitudine può ferire, ma lo stare con se stessi può curare

La chiave di lettura è custodita nella motivazione al comportamento di solitudine (Suefeld; in Peplau & Perlman, 1982, pag. 65). Mentre recentemente Zygmunt Bauman dice: Quando si evita a ogni costo di ritrovarsi soli, si rinuncia all’opportunità di provare la solitudine: quel sublime stato in cui è possibile raccogliere le proprie idee, meditare, riflettere, creare e, in ultima analisi, dare senso e sostanza alla comunicazione.

Per parlare di negatività o positività del concetto di solitudine, dunque, occorre indagare le motivazioni sottostanti al comportamento solitario.

 

La Motivazione al comportamento solitario

Il comportamento delle persone è mirato al soddisfacimento dei bisogni e al perseguimento degli obiettivi; entrambi possono essere biologicamente o culturalmente determinati. I bisogni sono mediati a livello cognitivo da un sistema gerarchico di valori e di obiettivi che monitora le azioni volte al raggiungimento degli stessi, questo è il sistema delle motivazioni (Moderato, P., Presti, G., Chase, P.N., 2002).

La motivazione, dunque, viene considerata come un costrutto eterogeneo, una sua prima differenziazione, per esempio, è stata espressa in relazione ai tipi di bisogni che la muovono. Prendendo come riferimento la Teoria dei Bisogni di Maslow (1954), ampiamente riconosciuta, sono state distinte le motivazioni Primarie da quelle Secondarie. Le prime nascono dai bisogni fisiologici: nutrirsi, dormire, ripararsi dal freddo, ecc…, le seconde, invece, vengono apprese dall’individuo nel corso della propria vita e sono mediate dalla cultura di appartenenza.

Una seconda distinzione fa riferimento alla motivazione intrinseca o autonoma ed estrinseca o controllata. Nel primo caso essa rappresenta la volontà di intraprendere una data attività in quanto relativamente soddisfacente di per sé; l’individuo, cioè, agisce senza aspettarsi conseguenze future premianti, esterne all’attività stessa. Sono quelle attività intraprese spontaneamente, durante le quali la persona si sente libera di seguire i propri personali interessi. La motivazione Estrinseca, invece, dipende dal voler ottenere qualcosa d’altro rispetto al comportamento che si sta direttamente mettendo in atto, ad esempio riconoscimenti, vantaggi, denaro, oppure, dall’evitare conseguenze sgradevoli (Deci & Ryan, 2000).

La percezione di autonomia nel proprio comportamento è un aspetto fondamentale per preservare la motivazione intrinseca; dare la facoltà di scegliere e riconoscere l’esperienza personale del soggetto stimola un locus of control interno, una motivazione intrinseca e una maggiore confidenza nella propria performance (Deci & Ryan, 2000; Gagné & Deci, 2005; Hodgins, H. S., Brown, A. B., & Carver, B., 2007).

 

La motivazione autonoma o controllata

Una differenza pregnante all’interno dello spettro motivazionale, dunque, fa riferimento al livello di autonomia o di controllo che gli agenti esterni esercitano sullo stile di regolazione dell’individuo.

Varie ricerche hanno confrontato gli effetti psichici e comportamentali inerenti alle due tipologie di motivazione (Cameron, J., 2001; Deci & Ryan, 2000; Gagné & Deci, 2005; Ryan & Deci, 2006; Soenens & Vansteenkiste, 2005).

È stato riscontrato ad esempio che, gli studenti che presentano una motivazione allo studio relativamente controllata, possono apparire tanto motivati quanto quegli alunni che possiedono un orientamento autonomo. Tuttavia, i primi ottengono performance inferiori e un grado più modesto di benessere, mentre, i ragazzi con una motivazione di tipo intrinseco esibiscono alti livelli di competenza scolastica e di benessere (Ryan & Connell, 1989).

Inoltre, gli individui con uno stile di regolazione autonoma presentano anche una buona integrazione tra i tratti di personalità, le attitudini e i comportamenti agiti, ovvero, esibiscono un funzionamento ottimale della personalità. Ciò non accade, invece, per le persone caratterizzate da uno stile controllato, in questo caso viene rilevata una relazione debole, nonché negativa, tra i vari aspetti della personalità (Williams, Gagné, Ryan, & Deci, 2000; in Deci & Ryan, 2000).

 

L’Autodeterminazione in Adolescenza

Molti ricercatori dell’età evolutiva vedono lo sviluppo dell’autonomia in adolescenza come un processo di Separazione-Individuazione. In accordo con tale prospettiva la definizione dell’autonomia individuale comporta un movimento simultaneo, in cui l’adolescente si distanzia psicologicamente e fisicamente dai genitori (separazione), e assume su di sé maggiori responsabilità, senza più dipendere completamente da loro (individuazione) (Levpušček, M. P., 2006).

L’età adolescenziale è pervasa da una sorta di tensione tra due compiti di sviluppo, quello di conquistare l’autonomia nei confronti dei genitori e dei pari, e quello di conformarsi alle aspettative sociali.

Il raggiungimento del’autonomia implica, perciò, la capacità di basare le azioni sui principi personali e non sulle aspettative altrui; tramite il processo di internalizzazione, dunque, l’individuo giunge a un accrescimento del senso di sé. L’internalizzazione è un processo innato e attivo, grazie al quale le persone trasformano le usanze e le credenze sociali in idee e valori propri, integrandoli nel sé. Trasformando questi precetti da esterni ad interni, l’individuo può sperimentare il senso di autodeterminazione (Deci E. L., & Ryan R. M. (2008). Quando le motivazioni ad agire sono maggiormente internalizzate e quindi autonome, si riscontrano delle elevate capacità di coping, di impegno e serenità nello svolgimento dei compiti scolastici, in aggiunta, si evidenziano delle relazioni più positive tra gli adolescenti e i genitori o gli insegnati (Van Den Broeck, A., Vansteenkiste, M., & De Witte, H., 2008; Zimmer-Gembeck & Collins, 2003).

 

Scegliere quando stare da soli o in compagnia

Una motivazione controllata, sia nel comportamento solitario che in quello interpersonale, si associa ad alti valori d’ansia sociale e depressione, mentre il trascorrere semplicemente molto tempo da soli non è necessariamente indice di depressione. Parallelamente, avere una forte motivazione intrinseca, nel preferire una situazione sociale o nello scegliere di stare da soli, viene associata a bassi livelli d’ansia e di depressione. Dunque, il semplice trascorrere molto tempo insieme ad altre persone fa stare bene i ragazzi e, nel contempo, il passare del tempo da soli aiuta l’adolescente a gestire più adattivamente i propri contrasti interpersonali (Beiswenger, K. L., 2008).

In particolare, è stata trovata una netta differenza tra la motivazione autonoma e quella esternamente controllata dimostrando l’importanza della motivazione intrinseca al comportamento interpersonale e solitario, in funzione dell’adattamento e del benessere (Chirkov, V., & Ryan, R. M., 2001; Chua & Koestner, 2008).

La presenza della motivazione intrinseca nel mettere in atto il comportamento solitario o interpersonale aumenta il grado di benessere percepito dall’individuo.

Gli adolescenti intervistati danno una connotazione valoriale positiva alla solitudine attiva, cioè funzionale a una qualche attività tangibile, mentre valutano più negativamente i momenti solitari passivi, quando si trascorre semplicemente del tempo da soli, senza perseguire un proprio scopo personale (Beiswenger, K. L., 2008). Inoltre, se il comportamento solitario non dipende da una scelta autonoma, ma viene imposto, questo è associato a sentimenti negativi (Chua & Koestner, 2008).

La letteratura mette in evidenza l’importanza di un elevato grado di autodeterminazione nelle scelte quotidiane o di vita, per poter conquistare un reale benessere personale.

Il comportamento interpersonale e quello solitario sono le due gambe su cui avanza la crescita identitaria dell’adolescente. Se i loro passi vengono regolati da una buona dose di motivazione autonoma, e non da imposizioni esterne, sono associati a un buon adattamento e al benessere personale (Beiswenger, K. L., 2008; Corsano, P., Majorano, M., & Champretavy, L., 2006).

di Valentina Retto

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Bibliografia

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